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DI TUTTI, MA DI NESSUNO
In tempi lontani, in un luogo imprecisato, vivevano dei popoli apparentemente molto simili, ma con modi di vivere assai diversi.
Essi parlavano la stessa lingua e avevano lo stesso colore della pelle, anche i tratti somatici delle persone erano gli stessi e, come accadeva a tutti gli umani, esse provavano dolore, gioia, tristezza, paura… Ma sopra ogni altro sentimento dominava l’odio, un odio atavico per tutti coloro che non appartenevano alla propria stirpe.
Ciascuno si considerava appartenente al popolo migliore e avente diritto alla supremazia, riteneva le proprie convinzioni e le proprie usanze le più giuste e le proprie divinità le uniche degne di essere considerate veramente potenti. Esse intervenivano nelle umane vicende sfidandosi e colpendo i nemici di coloro che le veneravano, o almeno questo era ciò di cui tutti erano assolutamente convinti.
Nonostante il grande livore che covavano nei loro cuori, le genti di questi popoli, per pura convenienza, intrattenevano ogni tanto degli scambi commerciali, ma appena gli interessi comuni cessavano, essi si fronteggiavano aspramente e quei brevi attimi di pace svanivano per lungo tempo.
Inutile dire, che anche scambiare poche parole con i propri nemici era considerata una grave colpa e che era consentito interloquire esclusivamente nei momenti ritenuti necessari per il commercio, limitando al minimo indispensabile le conversazioni.
Un grande fiume segnava il confine tra due territori e le sue acque, dapprima non particolarmente impetuose, incontravano più a valle una ripida rupe, formando un’imponente cascata.
In un caldo giorno d’estate, il giovane Tai, del popolo dei Korbe, si recò al fiume per cercare refrigerio. V’era un punto in cui alcuni massi creavano una sorta di diga naturale e lì si era formata una pozza d’acqua piuttosto grande dove era possibile fare il bagno tranquillamente.
Quando giunse sulla riva, si rese conto che una fanciulla dai biondi capelli aveva avuto la sua stessa idea, poiché stava nuotando nel fiume. Dall’ abito che aveva lasciato appeso ad un ramo, Tai capì che non apparteneva alla sua gente, bensì al popolo dei Targ ed era perfettamente consapevole che, per nessun motivo, avrebbe dovuto avvicinarla e rivolgerle la parola.
Fece per andarsene, ma proprio in quel momento la corrente, divenuta inspiegabilmente più forte del solito, prese a trascinare via la giovane donna che si dibatteva tra i flutti.
Secondo le leggi del suo popolo, egli avrebbe dovuto lasciarla morire, ma l’animo di Tai era buono e generoso e, senza remore, egli si gettò nelle acque tumultuose per soccorrerla.
Se non lo avesse fatto subito, la corrente l’avrebbe portata con sé fino alla cascata e lì non ci sarebbe stata alcuna via di scampo per lei.
Quando uscì dal fiume, con la giovane priva di sensi tra le braccia, Tai l’adagiò dolcemente sulla riva. Era bellissima! La ragione gli diceva di andarsene prima che rinvenisse, ma egli attese per essere certo che stesse bene.
La donna tossì e un rivolo d’acqua le sgorgò dalle labbra.
“Cosa mi è successo?”, chiese molto confusa e il suo salvatore non poté esimersi dal risponderle, spiegandole l’accaduto.
“Come mai mi hai salvato la vita, pur sapendo che io appartengo ad un popolo nemico?”, domandò la giovane donna piena di stupore, ma al tempo stesso di gratitudine.
“Non avrei potuto lasciarti morire”, rispose il ragazzo e, dicendole il proprio nome, la invitò a dirgli il suo.
“Mi chiamo Eilen, ma forse non dovremmo continuare a parlare. Pur essendoti immensamente grata per il tuo gesto, è molto meglio andare via subito e non rivederci mai più. Tai annuì.
Si separarono, sapendo di aver fatto la cosa giusta e con la certezza che nessuno dei due avrebbe parlato ad anima viva di quell’ incontro e di ciò che era successo al fiume.
Eppure, nonostante i buoni propositi, nei giorni che seguirono essi si incontrarono di nuovo e poi ancora e ancora. Infine, gli incontri divennero tutt’altro che casuali, poiché un forte sentimento li stava legando profondamente.
“Non possiamo amarci”, disse un giorno Eilen. “Nessuno della mia gente approverebbe il nostro amore e la nostra unione sarebbe maledetta dagli dei che noi preghiamo. Essi mi infliggerebbero un duro castigo per la mia colpa”. “Hai ragione, purtroppo”, confermò Tai tristemente, “nemmeno il mio popolo capirebbe e temo che i nostri dei, che si dice siano molto più potenti dei vostri, scatenerebbero tutta la loro ira contro di noi e, probabilmente, anche contro la tua gente. Io non voglio questo”.
Così, quell’amore appena nato pareva già destinato a finire e non perché non fosse forte e sincero, ma perché quelle entità soprannaturali, che avrebbero potuto unire le persone, diventavano, come da sempre accadeva, motivo di profonda divisione.
“Non sono inesistenti dei ad ostacolarvi, ma i pregiudizi, le idee folli e l’odio reciproco dei vostri popoli”, disse una voce che pareva un’eco lontana e misteriosa.
I ragazzi non capivano chi avesse parlato, anche perché non si vedeva nessuno.
“Voi Korbe, voi Targ e tanti altri popoli di questo mondo, avete concepito divinità molto diverse, con la convinzione di averle dalla vostra parte nell’ annientare chi non appartiene alla vostra stirpe, ma non vedete che nessuno interviene nelle vostre squallide vicende? Non vi pare assurdo che gli dei, i quali dovrebbero essere puri spiriti immortali al di là di ogni vostro limite, combattano tra loro come voi e che, come voi, possano addirittura subire sconfitte? Che decidano di infliggere pene e sofferenza, esattamente come accade tra gli uomini?
Non possono esistere più divinità contrastanti e a misura umana, poiché esse perderebbero, in questo caso, la loro universalità e la loro onnipotenza.
Lo spirito che dimora nell’ universo, quel principio che è vita, non può essere nulla di definito, non può essere descritto o rappresentato a piacimento, ritenuto in grado di cagionare dolore volontariamente o invocato per vincere una guerra. Esso è etereo, è come un soffio arcano e non può essere il frutto delle menti degli uomini che hanno immaginato divinità simili a loro o agli altri animali della Terra”.
Quelle parole sconvolsero i due giovani che continuavano a non capire chi le avesse pronunciate. Entrambi, inspiegabilmente, le avevano udite nella loro mente e le avevano condivise e questa era l’unica certezza.
Qualcosa di insolito, tuttavia, era accaduto dentro di loro e stava creando una nuova visione del divino. Esso non poteva che essere uno soltanto e le sue molteplici rappresentazioni derivavano dai pensieri umani che avevano bisogno di raffigurarlo, di umanizzarlo, di dargli dei nomi e di attribuirgli arbitrariamente delle caratteristiche. Eppure, queste diverse interpretazioni del soprannaturale non potevano avere nulla a che fare con un’universale spirito presente in ogni cosa.
“L’esistenza di un’ eventuale unica divinità”, affermò Tai, “presuppone che essa sia di tutti ma che, in realtà, non appartenga a nessuno”. “Capisco ciò che intendi”, disse Eilen annuendo, “ nessun popolo, nessun capo si può appropriare del divino, usandolo per scopi tutt’altro che buoni e sacri”. “ E' così ”, rispose Tai, “ ma credo, tuttavia, che sia giusto rispettare le antiche usanze di ognuno e molti dei riti che sono stati tramandati di generazione in generazione. Sarebbe però una grande cosa riuscire ad accettare le diversità ed essere consapevoli che tutti noi, in questo mondo, siamo esseri umani con gli stessi limiti e la stessa imperfezione”.
“E nessuno dovrebbe soverchiare gli altri per affermare la propria supremazia”, aggiunse Eilen.
Avrebbero sfidato i pregiudizi i due ragazzi e l’odio dei rispettivi popoli, avrebbero provato a vivere il loro amore, dimostrando che nessuna divinità si sarebbe adirata per esso, che la rabbia sarebbe stata esclusivamente di chi non lo voleva comprendere e approvare, esattamente come non voleva riconoscere le idee e la dignità degli altri e il rispetto a tutti dovuto.
Forse quell’amore sarebbe stato un seme di pace, avrebbe insegnato che qualunque diversità si può superare.
Non erano affatto certi di poter riuscire nel loro intento, ma sentivano di dover provare ugualmente.
Così, mano nella mano e senza temere la collera di nessun dio, se non quella umana, essi si incamminarono per raggiungere i luoghi dove gli sciamani di entrambi i popoli li avrebbero visti arrivare insieme.
Nessuno sa cosa sia accaduto ad Eilen e Tai, l’unica cosa risaputa è che da allora, purtroppo, non molto è cambiato.
Le differenze restano motivo di scontro, ancora esiste tra le genti di questa Terra la presunzione di appartenere a popoli eletti e chi li governa pensa che detenere il potere imponendosi con la forza, spesso in nome di un dio o grazie al suo sostegno, sia legittimo e giusto.